MEA PULCHRA
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Da "PIAZZA S. MARIA" di Renzo Carano.

Piazza S. Maria era sempre la stessa: solitudine, un canto solitario di gallo, nessuno in giro. Solo la Solara scrutava se si vedesse qualche gallina per metterla in pentola. Lei non ne aveva e cercava quella degli altri.
Ma se era giorno di tresca la Piazza si animava. Sul far del giorno c'era Antonio La Scarpetta, appoggiato al muro della casa del Monaco, con una forca sulla spalla destra. Quella forca era sua personale; era di duro corniolo ed è difficile trovare un ramo di corniolo biforcuto, adatto a farne una forca; si fanno di ornelli o di acero, di solito più gentili e più disposti, per natura, ad assumere la piega voluta.
Ad autunno inoltrato vedevo, forzati tra le ringhiere dei balconi delle case basse, i rami con la corteccia perchè prendessero la piega.

D'inverno, nel chiuso delle stalle, quando ancora nevicava, al caldo fiato degli animali, i rami già curvi venivano scorticati. I lavori primaverili, rendevano levigati e lucidi manici e corna; le lucidava poi l'uso: ancora d'inverno servivano per preparare il letto degli animali, togliere lo strame e spargerlo nei campi;
a primavera per rivoltare il fieno tagliato, odoroso di lupinella appena appassita e per uccidere talvolta le serpi, che, mutata la pelle, si riscaldavano al sole di maggio, servivano infine per raccogliere il fieno asciutto e portarlo nei pagliai per il pasto invernale degli animali. E allora i pagliai profumavano di menta selvatica, di timo e di "salvorze" non ancora sfiorite, quelle che noi ragazzi mangiavamo, tingendoci le labbra di nero, di papaveri ancora in boccio, di amare cicorie non colte.

Ma poi veniva il lavoro più faticoso dell'estate: ammucchiare i covoni nei campi, per farli asciugare, caricarli sulle "verrocole" legate al basto delle giumente per "ricacciarli", così si diceva, dai campi e portarli sull'ara (aia) della tresca e comporli in "mete" in attesa del turno, e quando arrivava, sciogliere i govoni sul far del giorno e preparare la "tresca" in largo cerchio, mentre i cavalli aspettavano sfrociando e scalciando.

L'alba fredda e tersa, che scendeva dal monte, metteva un brivido negli uomini scamiciati. Antonio La Scarpetta , con la forca in mano, fumava una sigaretta. Accanto a lui appoggiato allo stesso muro della casa di Antonio del Monaco, con una forca in mano, però di acero, ma con tre corna, fumava Paolo Cik Cik. Le sigarette dell'uno e dell'altro erano di tabacco forte, avvolto in un pezzetto di cartoccio di granturco.

Antonio La Scarpetta era bravo nel guidare i cavalli che dovevano girare intorno alla tresca per ore; Paolo era bravo nel rincalzare la tresca, perchè tutte le spighe si svuotassero del loro seme; quando pensava che l'operazione fosse compiuta, bagnava un dito in bocca e lo sollevava in aria; individuato il debole vento soffiante, indicava agli aiutanti della "tresca" il lato da cui cominciare ad alzarla.

La paglia se ne andava da una parte, ed il grano e la pula ricadevano al centro. Entravano poi in funzione le pale, di legno lucido anch'esse, quando, a pomeriggio inoltrato, scendeva dal monte un fiato di aria più robusto.

La pula allora volava un pò più in là ed il grano ricadeva al centro dell'aia. Ne raccoglievano allora una "iummella" quelli intorno, osservavano i chicchi mentre li facevano cadere a pioggia fra le mani semi aperte, esprimevano i loro giudizi.

Ma prima Antonio La Scarpetta aveva fermato la tresca, quando si era accorto che le cavalle erano stanche. Arrivava allora il "canestro" : un grosso piattone di polenta con salsiccia e peperoni. Si sedevano allora sulla "tresca" non ancora terminata, ognuno prendeva una forchetta e ne allargava i denti.
quelli di Antonio La Scarpetta erano i più larghi.

Attingevano tutti dallo stesso piatto, ed anch'io, ma io non allargavo i denti della forchetta.

Finito il lavoro, con larghe chiazze di sudore sulle falde dei cappellacci neri e sotto le ascelle, scure, sulle camice blu, tornavano a casa gli uomini, tirando gli animali che portavano sul basto sacchi di grano o le reti di paglia. Gli uomini portavano gli strumenti di lavoro.

La "cama" restava sull'aia, per la gioia delle galline.
Prendevo anch'io la strada del ritorno. Nei campi di erba medica e di lupinella i grilli cantavano.